mercoledì 6 giugno 2012

Nomadismo Spaziale [una risposta a Sleena] - di Cobol



Caro Sleena, Ufolgo Radicale,

mi riferisco effettivamente ad un frammento, solo ad un pensiero interrotto che m'ispira ma che non riesco a dipanare: il tuo intervento nel trailer del film Space Metropoliz.
Cito a memoria, riprendendo il senso e cercando di chiarirmi:

l'occasione di lasciare la biosfera terrestre e' tale solo se riusciamo a pensare oltre la terraformazione; solo se riusciamo a guardare oltre i modelli che bene conosciamo e che abbiamo utilizzato per fondare. 

Non posso allora non chiedermi cosa sia l'essere umano: un laboratorio molecolare, una struttura sempre ben disposta a farsi "manipolare", o piuttosto un ente connesso ad un'enclave da cui con difficolta' puo' lasciarsi asportare.

Mi domando se la suit spaziale sia un ambiente isolato atto a resistere alla pressione d'un contesto "ostile" o un collare, una struttura bio politica che serve a ricordare al cosmonauta che non si e' liberato ma che prima o poi le riserve termineranno e lui dovra' tornare. 
Mi domando ancora se g sia essenziale. Una forza tanto debole quanto, a cio' che pare, tanto esistenziale.  Un invito non poco esplicito a tentare la via della fuga e assieme un monito, un senso di colpa, per farci restare.
Ritengo, forse con te, che non ci sia alternativa politica alla sottrazione, alla "fuga". Ritengo essenziale coinvolgere l'intelligenza collettiva nello sforzo tecnico, strategicamente di continuo posticipato, di progettare l'alternativa al di la' di quanto siamo riusciti su Terra a sedimentare. 
Ho visto Terra da molto lontano. Penso davvero sia stato questo il "peccato originale". Ora c'e' un verdetto imprescindibile: l'allontanamento. Eppure siamo stati tanto scaltri da riuscire a procrastinare.
Ebbene tu dici: la terraformazione non e' un modello da esportare. Colgo il rischio di risonanza a cui tu alludi eppure non riesco a pensare un'alternativa se non quella di riununciare all'essere umano o a essere umani.
Ma che il problema non sia nell'essere umani quanto piuttosto nel farlo conclamare?
Che il problema non sia nel ricreare condizioni atte a sopravvivere nell'unico ambiente che ci e' "naturale" quanto piuttosto nel farci pensare abitualmente di poterlo indefinitivamente violentare?

Mi chiedo se una soluzione possa essere quella di sentirsi sempre ospiti: poche generazioni, quanto basta ad evolvere e ripartire. Che debba essere questa la regola generale?   
Che sia il nomadismo, questa volta quello spaziale, l'alternativa con cui ricominciare?



L'attesa risposta di Sleena. Pubblicata su Luoghisingolari.

Perché heidegger senza la metafora spaziale non decolla...

Caro Cobol,


nella “lettera sull’’umanismo’” Heidegger ha scritto: “Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo” . Ci sono due osservazioni da fare sulla posizione di Heidegger sull’essere umano:
1) la metafora spaziale (“casa”, “dimora”, “abitare”) spiega la verità del linguaggio e non il contrario
2) la metafora spaziale oggi non è più sufficiente e tutto il sistema costruito da Heidegger e lui stesso possono andare tranquillamente a vivere in campagna.

Non so risponderti con certezza, se non dicendoti che i post-umanisti sul solco di Heidegger cercano ancora la soluzione al livello del linguaggio, della comunicazione, della scienza dei segni, e sbagliano. L’errore sta nel fatto che l’essere umano ha perso la capacità intuitiva di abitare e l’ha persa qui sulla terra: “casa”, “dimora” e “abitare” non possono essere utilizzati implicitamente per spiegare qualcos’altro, sono divenuti termini in questione.

Per lasciare la terra avremmo senz’altro bisogno di nuovi modi di usare il linguaggio che non siano le tassonomie del capitalismo biopolitico, ma non possiamo accedere subito a questi nuovi modi perché, lo ripeto, sappiamo sempre meno abitare il nostro pianeta. Il pianeta terra è divenuto un posto molto inospitale e pressoché inabitabile e non poteva che andare così.
La soluzione è ancora il nomadismo o la sottrazione?
Non so se g sia essenziale, ma contrariamente a quanto si pensa, il nomadismo non è in opposizione all’abitare, è una sua diversa declinazione: perdere la capacità intuitiva di abitare significa, al contempo, perdere un po’ anche la capacità intuitiva di viaggiare.

Quanto alla sottrazione, forse! Ma per sottrarci occorrerebbe inventare nuovi linguaggi e come già detto è oggi impossibile. Tuttavia potremmo inventare nuovi modi di produrre lo spazio, questo sì.
Dunque, come vedi, siamo di nuovo al punto di partenza: sarebbe intelligente cominciare a progettare, prefigurare, immaginare, occupare, restituire all’ambito dei beni comuni, qui sulla terra gli spazi che vorremmo abitare sugli altri pianeti. Non il terraforming, ma il suo rovescio: la trasformazione di porzioni della terra in luoghi di pianeti altri.
Sarebbe un buon modo per ripristinare la capacità della specie di abitare, alcuni di noi si terrebbero in allenamento per la cosmonautica e avremmo finalmente le basi spaziali per inventare un nuovo linguaggio, meno approssimativo, identitario e differenzialista di quello che abbiamo oggi.
Non so dare un nome a questo rovescio del terraforming, ma in questo sei sempre stato molto più bravo tu.

Un abbraccio,


a presto,


Sleena

p.s. un caro saluto anche a Emiglino







1 commento:

  1. Ciao Cobol, ho scritto una risposta alla tua risposta che è stata pubblicata sul sito dei luoghisingolari:
    http://www.luoghisingolari.net/immaginario/2012/06/08/perche-heidegger-senza-la-metafora-spaziale-non-decolla/

    ciao,
    sleena

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