venerdì 31 gennaio 2014

Fantascienza e incompatibilita' con la vita quotidiana - di Cobol


Ha torto Giorgio De Finis quando afferma che "del resto e' noto che la fantascienza parla sempre del presente: la guerra fredda, un tempo, le migrazioni, le catastrofi ambientali, la disuguaglianza oggi". 
Tanto piu' radicalmente mi contrappongo a questa affermazione tanto piu' consapevole sono del fatto che Giorgio la intende in senso lato, come a dire: "anche la speculazione fantascientifica da qualche parte deve iniziare". Il che, va da se', ci trova in perfetta sintonia.
Lo scrive nella prefazione ad Alien Urbs di Carlo Prati distopicamente impegnato a raccontare Roma e non solo come nessuno, si spera, l'abbia ancora mai vista. 
E sbagliava [forse anche piu' convintamente] Antonio Caronia nel pensare la fantascienza prioritariamente come uno strumento d'analisi e di critica sociale [anche se non solo]. Mi torna in mente Caronia perche' proprio qualche giorno fa ho assistito ad un convegno su di lui ad un anno dalla sua morte. Allora per meglio dire: la fantascienza puo' essere usata anche come strumento d'analisi della contemporaneita'; tuttavia a ritenerla prioritariamente tale ci si confonde e non le si rende giustizia trascurando un importante strumento di prefigurazione ma ancor piu' di descrizione.
Sbagliano coloro che bestemmiano la morte della fantascienza. L'idea che essa si sia fusa col presente [in alcuni sotto generi come ad esempio il cyberpunk] non ne decreta la morte ma, al contrario, il suo piu' importante compimento, tra i tanti. E' un po' come affermare [senza paura d'essere smentiti] che la storia, resoconto d'eventi collocati molto lontano nel tempo rispetto a noi, si produce anche nell'altro ieri, ieri e pochi secondi fa.  
Comunque a Giorgio [cosi' come a Fabrizio Boni] se qualcosa devo rimproverare e' certamente il fatto d'essersi impegnati nel ciclopico sforzo di fondare un centro spaziale indipendente, allenando cosmonauti e rispettive famiglie, costruendo un vettore con materiali di riciclo, documentando tutto in un film che ha fatto il giro del mondo [Spacemetropoliz], per poi spedire un gruppo d'esploratori, in emergenza abitativa, solo fin sulla Luna; non prendendo affatto in considerazione pianeti extrasolari molto piu' confortevoli e abitabili. Eppure ai vostri tempi tutto cio' era gia' noto.
Cosi' il mio intento polemico ha ragion d'essere solo forzando il senso e intendendo la frase di Giorgio in modo definitivo e letterale [un macigno in altre parole]. La stessa cosa vale per Caronia tralasciando che mediante la fantascienza e' stato un militante che ha precorso il proprio tempo. 
Delle volte non si puo' andare troppo per il sottile: il che conferma, in fondo, che il conflitto e' il vero propulsore della storia.

Quando la fantascienza si propone di raccontare il presente intende tradire se stessa tradendo la propria missione. Cio' peraltro non le riesce mai essendo la sua vocazione prefiguratrice ben piu' caratterizzante dell'intento fedifrago. Cosi', comunque vada, essa ci parla del futuro tradendo, pero', la direzione della freccia del tempo. 
Che cio' avvenga e' sempre un bene dato che come specie abbiamo ben poche altre vie di fuga entro cui rifugiarci per sottrarci alla tirannia della vita quotidiana e alla ciclicita' del sempre identico
Se poi altre me ne fossero sfuggite [come ad esempio il monachesimo di Agamben che pero' sembra essere figlio di quell'arrovellarsi nell'infinita spirale di ricerca dell'autentica autonomia reinventata in "tempi recenti" da Hakim Bey] sarei ben felice di ricevere una segnalazione.

E' giusto il caso di notare come la fantascienza si scinda in esperienze di tipo spazio e esperienze di tipo tempo a seconda dalla collocazione nella trama spaziotempo [si tratta comunque di un'utile dicotomia]. In questo posizionamento il presente consisterebbe nella capacita' di fare esperienza dell'istantaneo in esperienze di tipo nullo; tra l'altro, ovviamente, le uniche realmente impossibili da esperire. Tuttavia mentre la quotidianita' "deve" permettersi di vivere questa illusione, alla fantascienza essa e' preclusa quando non forzatamente imposta.
Definiro' le esperienze di primo tipo predittive e le seconde ucroniche. Lascero' l'onere della prova dell'esistenza delle terze a Giorgio De Finis. 
L'istantaneita' presupposta dall'affermazione di partenza di Giorgio va, a mio parere, documentata a partire dalla possibilita' d'una definizione tecnica [in termini di misurazione] dell'istantaneita'. Se un'esperienza nulla e' istantanea ad una di tipo spazio o di tipo tempo [... "la fantascienza parla sempre del presente" e' di fatto l'affermazione della sovrapposizione di due differenti collocazioni nello spaziotempo] lascio a Giorgio il compito di dimostrare che due esperienze "accertatamente" istantanee non sono in realta' la stessa esperienza; cioe' che la percezione d'esse non giunga a noi, istantaneamente, da un luogo collocato nello stesso spaziotempo. Se cosi' non fosse allora staremo evidentemente sperimentando esperienze differite di tipo predittivo o ucronico. 
Non solo nella fantascienza ma anche adesso, l'istantaneita' e' l'illusione su cui s'esercita il potere della quotidianita', del tirannico qui e ora, il dominio del biologico sul biologico e, in definitiva, quella dell'uomo sull'uomo.

La fantascienza ucronica trae spesso in inganno. Si tratta del racconto d'esperienze di tipo tempo e ricordano molto le azioni della retroingegneria e della futorologia.
[Rappresentano a mio modo di vedere lo specifico modo di percepire il tempo in una scissione evolutiva della nostra specie in cui le parti in gioco sono i pregog (ucronici) e gli empatici (predittivi). Ma su questo non mi soffermero' avendone accennato in altro luogo]. 
L'ucronia apparentemente risponde alla domanda: come sarebbe stato se...? Come sarebbe stato se l'Asse avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale [Un esempio tra i piu' classici]? E se la peste nel medioevo avesse spazzato via la societa' occidentale come sarebbe oggi il tardo capitalismo guidato da asiatici e nativi americani?  
In sostanza si tratta [in molte varianti] di porre una tesi sul futuro e di ricostruirne a ritroso il suo dispiegarsi verso il passato. Come nella retroingegneria si parte da una scatola opaca, la si apre e se ne ricostruisce, in senso inverso al processo che l'ha generata: il funzionamento. Come per la futorologia si prende un oggetto del presente, lo si esponenzializza e se ne dispiega la storia della sua evoluzione lungo il tratto di storia immaginato.     
Si tratta di un modo molto peculiare di fare esperienza perche' di tipo assertivo
Quando tale esperienza si sedimenta in un esercizio speculativo come la futorologia essa tradisce sempre se stessa. La sua modalita' e' quella d'asservire le macrotendenze [le tendenze visibili] di un dato momento e di proiettarle decuplicate in un'altra regione dello spaziotempo. Tuttavia l'esperienze intorno alla macrotendenze sono per definizione fatti gia' consunti. Essi non possono piu' produrre futuro perche' lo sono stati nel nostro passato. A dominare il futuro sono sempre le tendenze invisibili quelle che per definizione diverranno visibili solo in un momento diverso da quello presente: presumibilmente il futuro. 
I futurologi sbagliano sempre e semmai il loro fare si traduce nel tentativo dispotico di riallineare l'esperienza dell'ora con le proprie farneticanti e asfittiche prefigurazioni. 
E' quindi l'esperienza ucronica a restituirci l'illusione che la fantascienza parli "sempre del presente" laddove volessimo leggere questa affermazione nel suo senso letterale. 
Che la fantascienza parli del presente e' solo un'illusione esperienziale di tipo tempo, un quasi inevitabile, errore percettivo che ci da la sensazione di percepire il futuro con modalita' simili a quelle utilizzate per percepire il passato mentre le due sono profondamente diverse al pari, ad esempio, della percezione uditiva e di quella olfattiva. Molti esseri viventi sono dotati d'entrambe ma esse descrivono lo stesso ambiente in maniera radicalmente diversa anche se di fatto puo' accadere che un suono ci rammenti un odore o viceversa.  
L'ucronia e' quindi distorsione percettiva, errore neuro-tassonomico, che produce l'illusione della storia del futuro al pari d'una fragranza rumorosa.

L'esercizio di fantascienza predittiva richiede sacrifici ed esperienze di vita estremi. Uso di sostanze psicoattive ad esempio, o l'infelice e inopportuna esondazione della fantascienza nel campo della teologia dopo aver ingurgitato scatolette di cibo per cani [mi sto "sottilmente" riferendo alla vita di P. K. Dick per l'ennesima volta]. 
Se il cibo per animali domestici vi fa schifo, oppure se siete troppo poveri per permettervelo, oppure, ancora, se siete esseri cosi' evoluti da adottare una dieta vegana, potete provare, in alternativa, a porvi le giuste domande. Ad esempio dovendo progettare un'interfaccia uomo-macchina potreste domandarvi come sia possibile avviare una comunicazione tra terrestri e alieni. Va da se': quale sfortunato squinternato rivolgerebbe una domanda ad un inerme oggetto [ad un computer ad esempio]? Com'e' noto il non vivente [l'inorganico in genere] non comprende il linguaggio naturale che e' invece prerogativa del vivente [di molto di esso almeno].
Sarebbe bello soffermarsi sul fatto che nella stragrande maggioranza degli interrogativi quotidiani rientrano invece in questa tipologia: come nella pratica comune di parlare agli altri col solo scopo di vomitare su di essi le proprie presunte o reali disgrazie; tanto per dirne una.
Comunque sia: c'e' qualcosa che possiamo presupporre essere patrimonio comune nostro e di forme di vita aliena [umanoidi tecnologicamente dotati almeno quanto noi] che ci permetta d'avviare una qualche forma di comunicazione? Che e' esattamente cio' che afferma Watzlawick: e' possibile interagire con una macchina solo se si parte da cio' che un uomo e una macchina condividono implicitamente ma sarebbe bizzarro chiederlo alla macchina proprio per la natura meta comunicativa della domanda; ovvero: come posso farmi capire per farmi capire? Necessitiamo evidentemente d'un interprete; ma se questo ancora non esiste ha piu' senso girare la domanda ad un delfino, ad un agente segreto in missione in un paese nemico o, ancora meglio, ad un alieno. 
Siamo quindi al punto: cosa condividono il futuro remoto e questo illusorio istante? 
Il futuro ha un indiscutibile vantaggio sul presente: per quanto quest'ultimo si presenti ambiguo il futuro sa benissimo dove esso andra' a parare. 
Per quanto gli anni Quaranta e Cinquanta continuino a dimenarsi affannosamente per convincerci del fatto che la nostra societa' si basa su un diffuso utilizzo d'oggetti alimentati con pile atomiche, che in esso si sia risolto il problema della viabilita' per mezzo delle auto volanti o che, ancora, si sia debellata la fame nel mondo trasformando in campi di grano gli oceani terrestri, nonostante tutto cio' noi del futuro sappiamo benissimo di trovarci altrove, su un vettore di tipo spazio non adeguatamente predetto: almeno non predetto lungo la consistenza di questa freccia del tempo. 
Le risposte e spesso le domande stesse nascondono "filoni narrativi" che lavorano sotterraneamente all'edificazione del futuro. Tutti questi "spunti" sono esattamente cio' che il domani ci riserva come evoluzioni d'una matassa piu' complessa non ancora dipanata. Il punto semmai rimane quello di come accedere a queste informazioni. Un metodo e' quello di tirare a casaccio o per meglio dire di mettere sotto controllo moltissime variabili. Occorrono potentissimi calcolatori oppure tanto talento nell'intuizione. 
Queste variabili abitano cio' che il futuro e il presente condividono, ovvero lo stesso spazio: affermazione tanto evidente quanto sottovalutata. Proprio in ragione di questa comunanza dal presente possiamo comunicare con il futuro e essere certi che a sua volta il futuro ci rispondera'. In fondo a seconda della scala temporale che utilizziamo possiamo affermare che presente, passato e futuro sono composti, piu' o meno, dalla stessa biomassa che, con stretti margini di rapporto incrementale, tiene d'occhio piu' o meno le stesse variabili.
Tornero' tra breve sulla possibilta' d'accedervi e vedremo come il movimento possa essere bidirezionale. 

E' ancora Giorgio de Finis a parlare: "c'e' un'ultima cosa che mi lega al lavoro di questo giovane architetto... [Carlo Prati]... visionario, ed e' il suo aderire alla schiera degli apocalittici". Puo' delinearsi una sostanziale analogia-omonimia tra visione apocalittica e visione distopica? In sostanza penso di no. Qui il punto non e' la fantascienza [predittiva o ucronica che sia] che come genere letterario puo' essere "moralmente" giudicato ritrovando in esso tratti caratteriali e comportamentali dell'autore che l'ha delineato. Qui stiamo parlando del futuro che per definizione [e in rapporto alle nostre previsioni] e' sempre distopico anche se non necessariamente apocalittico.
La distopia sta nel tradimento che il futuro produce sulle previsioni: sulla storia del futuro che ad ogni verifica periodica risulta sempre piu' negligente, oscura e imperscrutabile. Basta aprire una capsula del tempo per accorgersene; basta interrompere il continuum temporale [alternativo perche' congelato] di un contenitore in metallo sotterrato da qualche ambizioso abitante del passato per dileguare l'efferatezza dispotica del suo contenuto predittivo.
Le capsule del tempo mortificano il futuro anche se non c'e' dubbio che sia molto divertente fabbricarle e seppellirle [ma sopratutto divertente e' immaginare la faccia di coloro che le apriranno come se provenissero dal futuro].
C'e' un malcelato intento politico in quanto afferma Giorgio De Finis, cosi' come esplicitamente tale intento e' autodichiarato nell'opera di Antonio Caronia: fare critica sociale utilizzando gli strumenti della fantascienza. Isolare parti del presente e proiettarli estremizzati e ingigantiti su uno schermo, il futuro, come fosse un microscopio sociale capace di restituirci l'invisibile su scala percepibile. La fantascienza come teatro, come schermo e, in maniera non canzonatoria, come satira [termine quanto mai pericoloso da utilizzare, da parte mia, perche' riporta alla memoria di chi legge la sterile satira dello spettacolo televisivo. Ma io penso ad una satira non automortificante e pagliaccesca. Penso alla satira come esponenzializzazione che strappa un sorriso non perche' condita di doppi sensi ma perche' analisi stirata fino alle sue estreme, e quindi ironiche, conseguenze]. 
Ma nonostante istintualmente la vocazione sia quella a sedersi dalla stessa parte di Caronia e di Giorgio De Finis, continuo a pensare che la fantascienza politica sia politicamente meno efficace della fantascienza predittiva.  
Ho apprezzato nel lavoro di Carlo Prati la volonta' di raccontarlo per spunti il futuro. Tanto piu' ci s'immagina di trovare una coerenza che ci sveli qualche anticipazione tanto meno il suo futuro si rende disponibile a farsi portatore di linee riconoscibili. Si tratta d'una fantascienza piu' o meno consapevolmente "di scommessa", in cui il patchwork e' un generatore randomico di spaesamento e in cui per azzardo, forse tra i tanti spunti, ce ne finira' uno capace di diventare futuro. E' un modo istintuale di tenere sott'occhio molte linee generatrici senza scommettere inevitabilmente su quelle perdenti. E' un metodo randomico ma mi piacerebbe che anche Carlo Prati affinasse qualche strumento per tentare azioni anche meno d'azzardo [semmai questo fosse il suo intento altrimenti bene cosi'].  
In opposizione alla lineare storia del futuro la visone del futuro non ha nulla a che spartire con la possibilita' d'una narrazione consequenziale. Si tratta di una forma percettiva del tempo molto diversa a cui come specie, per qualche strana ragione o forse per motivi termodinamici, ci affidiamo con minor sicurezza e minor spavalderia. Abbiamo di fatto inventato un genere letterario per raccontare come intravediamo il futuro mentre definiamo come disciplina o scienza il racconto del passato. Si tratta solo d'una differenza concettuale? Sappiano che la risposta e' no [c'e' infatti qualcosa di pregiudiziale in questa separazione]. Cio' che non sappiamo, invece, e' che si tratta di modi affini che guardano ad una struttura [lo spaziotempo nella fattispecie] che per sua natura va osservata con strumenti diversi [come nel caso del telescopio ottico e del microscopio]. 
Proprio grazie a questa inconsapevolezza, io credo, si puo' giocare un'importante partita politica.

Predire il futuro significa presentizzarlo. In un'ottica non diacronica passato, "fittizzio presente" e futuro coesistono. La predizione procede in senso spaziale [da un luogo ad un altro] in un tempo che [in opposizione al senso comune alfabetizzato] e' invariante. La predizione e' quindi preeinstaniana. L'azione della prefigurazione rende concreto lo spazio occupato dal futuro. Ma c'e' di piu': il predirlo significa anche determinarlo definendo e organizzando [almeno in parte] l'informazione che lo costituisce. Lo spazio del futuro, dal canto suo, puo' retroagire "predicendo" cio' che sarebbe prioritario fare per rendere se stesso piu' conforme alla predizione. In tale modo lo spazio del passato puo' adattarsi per venire incontro al futuro.  
Il altre parole il passato puo' porre degli interrogativi al futuro [cercando d'intercettare le sue linee di prefiguarzione nel presente] e il futuro puo' rispondere in maniera da aggiustare il tiro. Sulle lunghe distanze questo meccanismo richiede continui e poco economici riassestamenti. Rendendo infinitesimale lo spazio che separa lo spazio del passato da quello del futuro gli aggiustamenti divengono piu' precisi e meno dispendiosi
La "morte della fantascienza" coincide quindi con la nascita della "macchina del tempo": profeta e messia [assieme ad altri feticci come il teletrasporto, i buchi neri, i robot cantanti, eccetera] della fantascienza stessa. 
E' questa comunicazione tra passato e futuro ad essere una vera e propria macchina del tempo semiotica in cui noi attuali abitanti del presente-futuro prefigurati dal passato appena trascorso possiamo trasmettere delle coordinate migliorative verso quanto appena accaduto per definirne in dettaglio il divenire: per migliorare la qualita' dell'informazione riadattandoci a nostra volta. 

Si, non proprio una cosa intuitiva ma da che mondo e' mondo viaggiare nel tempo richiede un bel po' d'impegno.  

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