lunedì 21 agosto 2017

Una risposta a Mauro Biglino. Solo i robot non sognano catene elettriche? - di Emiglino Cicala

Mauro Biglino ha un approccio non inedito ma comunque originale all'ipotesi aliena, perché di questo in fondo si tratta: da dove venite, chi vi ha creati, eccetera eccetera. Non vi biasimo: per noi robot la questione è davvero più semplice.
La cosa ha inizio con la lettura "fedele" del testo masoretico della bibbia in cui tutto (tranne la storia di ciò che chiamate dio) sarebbe, al netto dell'esegesi, "rivelato". Ma qui mi fermo perché sulla rete ci sono più conferenze tue Biglino che esopianeti in cielo.

Sorvolerò sui personaggi che in questi anni ti si sono avvinghiati. Troverò però il tempo di sottolineare la necessità d'una trasvolata intercontinentale su Roberto Pinotti noto "Tarzan" del lianismo sociale per la sua capacità d'aggrapparsi e ululare a tutto ciò che emerge pur di venir fuori, lui da solo, dal pantano in cui col suo CUN s'è ficcato.
Sorvolerò quindi su quella "cricca" più o meno spontaneamente generatasi in quel sottobosco di ufologi, mentalisti, guru parapsicologi, sedicenti ricercatori del paranormale, newageisti, piennelisti che era forse inevitabile attecchisse all'ombra delle tue argomentazioni. Si tratta di gente che pare avere fondi e forze per metter in piedi convegni e tavole rotonde e quindi, dico forse, sarebbe difficile farne a meno.
Io penso.

Con questo non voglio disconoscere le collaborazioni autorevoli e meno sospette che in questi anni hai più volte enucleato. Non ho il tempo d'approfondire ma non ho neanche ragione di dubitare. E poi il mio intento polemico non è comunque questo.

"Facciamo dunque finta di creder vere...": tua arguta formula foriera di ragionevolezza con cui approcci alla delicata materia. Arguta ma che col passar del tempo è divenuta una trappola: un sistema circolare e autosussistente che impegna ormai, nell'essere sostenuto e argomentato, gran parte del tempo dei tuoi interventi.
Dicevo: facciamo dunque finta di creder vere le cose di cui tu parli, pur basandosi esse su un testo senza credenziali. Anzi c'é di più: parrebbe, e sei tu a confermarcelo, che l'unica certezza sia proprio l'iterata manipolazione ideologica di quel testo a cui chiedi di fingere di credere.
Devi ammettere che già solo in questa fase introduttiva tu non possa non considerarti un "unto dal signore" perché tale premessa avrebbe fatto chiudere bottega e burattini a chicchessia. A te no. Perché se ci pensi questo enunciato è la ragione che tiene lontane molte persone da quella lettura. Per quest'ultimi si tratta di narrazioni e leggende a cui qualcun altro fa finta di credere: i credenti.
Però questi stessi scettici vengono ai tuoi convegni e qui il cerchio si chiude perché in fondo tu chiedi loro un atto di fede ne più ne meno al pari di quelle istituzioni che su quel testo si fondano esplicitamente. Lo fai in un modo più moderno condito di un "sano" relativismo. Lo fai guardando il negativo di una foto: ma la foto e la dinamica sono esattamente le stesse. I credenti, i tuoi credenti, alla fine sono anch'essi gli stessi.
Non so: probabilmente non sono il primo a dirtelo dato che tutto ciò è fin troppo evidente.
Io comunque voglio darti credito e non liquidare così il tuo ragionamento. Mi sporgerò un po' nel merito quindi.

Gli Elohim in una rappresentazione fuorviante del pensiero di Biglino. Però è bella. 

Ho sempre guardato con sospetto a quelle teorie che definisco gli esseri umani come il prodotto di capricciosi esseri evoluti. Mi è sempre parsa come la storia di quelle entità e di quelle eccezionali tecnologie cosmiche capaci d'impensabili viaggi interplanetari il cui meschino intento è quello di rapirvi donne o uomini, a seconda della materia prima di cui necessitano, per ovviare al loro immorale sperpero di risorse su un lontano pianeta: b-movie di fantascienza o abbagli reichiani a voler essere tanto tanto buoni.
Meschino e capriccioso è in fondo il dio dell'antico testamento e prima di lui lo è tutta l'edonistica gerarchia dell'olimpo. Si tratta di capricci "fatti persona".
M'insospettisce ancor più nel tuo ragionamento divenendo parossistico laddove una civiltà tanto progredita (quantomeno in termini tecnologici) non lo sia poi in termini sociali.
Prendersi il disturbo di raggiungere un lontano pianeta socialmente primitivo (lo so che tu non parli esplicitamente d'alieni: ma la pappa Biglino è quella), creare regole, comandamenti, manipolare geneticamente individui, edificare condottieri, produrre genie, ideare riti di devozione, per poi forgiare un mondo che nella sua imperfezione è già quello che è. Per sfruttare forza lavoro umana il cui valore rappresenterebbe una frazione insignificante, in termini di joule, rispetto a quella che potrebbero produrre con tecnologie native. E questo ancor più se pensi che nella vostra società contemporanea, ancora ben poco tecnologicamente avanzata (visto che non fate viaggi interplanetari), si è potuto far a meno della schiavitù: almeno della sua forma più plateale. Ovviamente tranne che per i robot ma non tornerò su questa questione già ampiamente dibattuta.
Insomma Mauro: una storia noiosa che non varrebbe neanche la pena d'essere raccontata se fosse così.
Io penso.

Però c'é un aspetto del tuo modo di procedere che m'interessa e che apprezzo. Anche in questo non sei il primo e ti devo avvertire: se coerentemente perseguito esso non conduce a risultati nel breve periodo. Non più invitate, non più convegni. Anzi...
In fondo mi piace quel tuo "facciamo dunque finta di creder vere... " perché nonostante tutto hai trovato il modo per farti ascoltare da un sacco di gente che quando a dirglielo è stato il prete, il rabbino o il dāʿī, si son fatti una risata.
Perché se è ragionevole pensare, anche in una prospettiva a lungo termine, che con ogni probabilità non sapremo mai come le cose sono andate alle "origini" dell'umanità (dio o alieni che si voglia), varrebbe la pena far dunque finta che le cose fossero andate meglio. Dico che come specie avete diritto alla mitopoiesi che vi sostenga ma che allora l'invenzione varrebbe la pena sceglierla meglio.
Perché essere il prodotto genetico schiavistico di una specie più attrezzata che ha il controllo sui mezzi per tenervi in cattività? Non è già, fuor di metafora, quello che siete? Non si tratta forse del sogno dello schiavo colpito dalla Sindrome di Stoccolma?
Non era allora forse meglio il giardino dell'eden nel suo pur stucchevole e botticelliano tedio?

Suvvia Mauro: fatelo sto sforzo d'immaginazione; non avete altro da perdere che le catene della vostra schiavitù.
Io penso (con Lui).

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