martedì 1 maggio 2018

Utopia e egemonia - di Cobol


Lo spunto polemico lo fornice Ballard nel suo "Which Way to Inner Space?" del 1962 periodo in cui, per certi versi, l'urgenza che lo sfogo delinea era anche più evidente rispetto ad oggi. 
"La SF da rivista nata negli anni Trenta sta cominciando a sembrare fuori moda al lettore generico, come l'architettura pseudo-aerodinamica di quegli anni. Non è solo perché i viaggi nel tempo, la psionica e il teletrasporto (...) contribuiscono a datare la SF, ma perché il lettore generico è abbastanza intelligente da capire che la maggioranza delle storie è basata su minime variazioni sul tema e non su trovate innovative". 
A sessant'anni di distanza in realtà di innovazioni narrative ne sono state introdotte parecchie. Così tante in effetti da produrre più di una lacerazione in grembo alla fantascienza tra ciò che fantascienza è e ciò che non è (pur essendolo). Tolto di mezzo programmaticamente il fantasy, è la stessa produzione di Ballard a muoversi in questa volontaria ambiguità e sovrapposizione di generi; e non poteva essere altrimenti date le premesse. Tra l'altro Ballard sembra anche troppo poco indulgente con i suoi contemporanei e tale critica, proprio come oggi, parrebbe riguardare più la produzione cinematografica (visiva in generale) che non quella narrativa dove si celavano e continuano a nascondersi spunti imprevedibili al riparo da più impellenti ritorni d'incasso. 
L'asfittica produzione di storie cinematografiche e televisive di fantascienza contemporanea è divenuta ancor più evidente con la recente giustapposizone del genere fantascientifico con quello detto d'azione. Lo si può vedere ovunque ma lo si può osservare bene paragonando il Total Recall del 1990 con quello del 2012. Si tratta di un ottimo esempio d'erosione della trama fantascientifica in favore dell'azione evidente tanto più che già nel 1990 e già nella scelta del protagonista Schwarzenegger il film era pensato come pellicola dalla "muscolarità" in primissimo piano. 
Seppur quindi in un certo senso circoscritto in campo narratologico il grido d'allarme di Ballard resta invece completamente valido per quel che riguarda la collocazione della fantascienza entro un meccanismo di produzione che dovrebbe essere più ampio di quello della semplice letteratura d'evasione. La soluzione di Ballard è delineata nell'interiorità: "I maggiori progressi dell'immediato futuro avranno luogo non sulla Luna o su Marte, ma sulla Terra; è lo spazio interiore, non quello esterno, che dobbiamo esplorare. L'unico pianeta veramente alieno è la Terra". 
Esigenza giusta quindi per una ricollocazione più significativa del ragionamento fantascientifico e delle sue attitudini prefigurative ma con conclusioni completamente errate. 
Ballard ne ha fatto un manifesto letterario e sappiamo bene che direzione intraprese la sua fantascienza coerentemente con l'inevitabilità d'esplorare le coscienze e le personalità estremofile trasformandosi in una fiera delle atrocità. In effetti forse il risultato più evidente di questa esigenza fu quella di accorciare la portata della prefigurazione fantascientifica estremizzando (parodiando delle volte) quelli che sono gli aspetti già fantascientifici delineati nel quotidiano (intuizione tra l'altro fondamentale e ancora ricca di spunti). Ed eccoci quindi alle soglie del cyberpunk e con esso della distopia. E' innegabile infatti che questa contrazione temporale abbia prodotto un inevitabile sbilanciamento in direzione del catastrofismo prossimo venturo e che questo sia divenuto l'unica sottile soglia di demarcazione tra fantascienza e  frivola, quanto sterile, futorologia. E tutto ciò ha funzionato ancor più in un clima di necessario rinsavimento rispetto all'ubriacatura ottimistica degli anni Sessanta e poi degli anni Ottanta (patria del cyberpunk). Ivi ha costituito certo una vera e propria ragione controculturale che però oggi predominante si trasformata in paccottiglia mainstream con tutto quel che ne consegue sulla costruzione di un immaginario collettivo. Il messaggio che emerge è: che sarà e non potrà che essere sempre peggio
Questa condizione tutt'altro che oggettiva è quindi, almeno in parte, il risultato di una scelta narrativa: quel che ci vogliamo raccontare dato il "materiale narrativo" che rintracciamo a buon mercato; senza troppo sforzo.
La distopia è infatti oggi specchio dei tempi, mappatura acritica della contemporaneità che esattamente come nel periodo dell'esaltazione futurologica degli anni Sessanta raccoglie quanto ha a portata di mano e lo proietta acriticamente su scale temporali più o meno lunghe producendo una curva chiusa di tipo tempo sempre identica a se stessa. 
Fortunatamente il futuro germoglia sempre su percorsi meno scontati.
Uno dei risultati di questa condizione della contemporaneità è quello del venir meno di un asse valoriale fondamentale secondo il meccanismo che William Gibson definiribbe dei fantasmi semiotici. L'utopia, questo uno dei due fuochi, liberata dal suo contrario (la distopia - il secondo fuoco) ha preso a circolare liberamente fino ad accoppiarsi disgiuntamente con un altro meme anch'esso evidentemente fantasmizzato: il pragmatismo. Al dilagare della distopia non c'è più quindi un contraltare e alla visione progressiva distopica non si contrappone più nulla che non produca miseria e macerie. 
Lo ricordo per evitare fraintendimenti: non si tratta del campo dell'analisi dell'esistente (che forse è davvero solo luogo di macerie) quanto di quello della prefigurazione e del poter divenire ad essere oggetto della mia osservazione. 
Potremo, parodiando un infelice libro, affermare che si tratta dell'amara vittoria di Ballard. Si perché ancor più evidente che della genealogia in soldoni fin qui delineata è proprio il palese prevalere dell'interiore a discapito del collettivo che alla fine ha fatalmente trionfato in ogni espressione culturale. Lo si scorge nelle varianti di neoliberismo in circolazione ma anche più prosaicamente in tutta quell'affermazione dell'interiorità dei personaggi che è cifra stilistica della narrazione dei nostri tempi. 
Oggi un buon prodotto di narrazione è ritenuto quello calibrato su una millimetrica costruzione delle personalità, dei drammi interiori, della scelte monadiche, dei mal di pancia, a discapito anche dell'intelaiatura collettiva. E' lo specchio dell'isolamento nel quale tutta la cultura di massa non solo la fantascienza oggi si specchia e si crogiola. Ben oltre la cultura dell'individuo qui si evidenzia la macelleria delle storie delle interiora anche nei cantori poco inquieti della sconfitta e nei registi del manierismo dell'estetica del fallimento. Tutte patetiche, piccole, tragicomiche vicende interiori a cui non ci rimane colpevolmente che dedicare canzoni, serie televisive e best seller letterari che nell'isolamento della propria cameretta scorgono solo la distopica fine del mondo. 
Sull'altro versante l'utopia oggi si misura con una "più realistica visone delle cose": realpolitik si sarebbe detto una volta. Non si tratta neanche di un'accezione negativa: anzi. L'utopia è l'ambito d'eccellenza della progettazione che in ragione di scelte più urgenti va procrastinata
Non negativa quindi ma disinnescata. 
E l'utopia dal canto suo non approfitta di questi tempi maledetti. 
In questo periodo in cui la prassi progressiva "non ha più vere urgenze" se non quelle della difesa dei territori conquistati (che ovviamente di per sè costituisce la vera emergenza che produce la procrastinazione della progettazione) non dovendo gestire nell'immediato i fermenti di un mutamento sociale impellente (che sarebbe necessario ma che non è visibile all'orizzonte), essa può tornare a dedicarsi alla produzione di scenari consistenti in cui la fantascienza può avere un ruolo politico determinante come unica esperta di cose a venire. A patto naturalmente di trovare un "pubblico" disposto ad ascoltarla. 
Nulla di nuovo quindi; il consueto problema legato all'egemonia e alla costruzione (anche ideologica) di una direzione verso cui muoversi che con buona pace di Ballard non è prioritariamente l'interiorità. Non che l'inner space non riguardi l'egemonia ma esso va contemplato come costruzione di scenari nuovi in cui immaginare nuove forme di soggettività invece di rispecchiarsi narcisisticamente e piagnucolosamente sempre nella stessa. 
Di questa seconda prospettiva parla già Antonio Caronia quando ricorda il primo editoriale della svolta della rivista di fantascienza politica "Un'ambigua utopia" all'inizio degli anni Ottanta: "Un'ambigua utopia vuole diventare sempre più una tribuna delle diversità, dentro quel percorso sotterraneo di produzione di rivolte parziali, di ridefinizione di linguaggi e di comportamenti che è l'unica speranza per la rifondazione di un nuovo soggetto che, liberando se stesso, libera tutta l'umanità".

Caronia vs Ballard




Su Quaderni d'Altri Tempi la versione definitiva 




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